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Accadde un' estate, se non sbaglio quella del 92.
Ricordo che ero molto felice in quel
periodo: con i soldi del mio primo lavoretto, subito dopo aver
finito la scuola, potevo permettermi di fare il mio primo viaggio
importante.
Si, perché a 21 anni ancora non avevo mai fatto
nessun viaggio che si definisse tale.
I miei non sono mai stati benestanti, anche se non mi hanno fatto
mai mancare niente.
Però evitavamo tutto ciò che era superfluo: gite all’estero,
settimane bianche, motorini, capi firmati.
Non mi mancava tutto ciò, a parte la montagna per la quale ho sempre
nutrito un fascino particolare.
Ma arrivato a oltre venti anni tutta questa assenza totale di
“superfluo” cominciava a reclamare un posto di tutto rispetto.
E per la prima volta potevo farlo.
Appena finita la scuola, quindi, mi ero trovato un lavoretto
saltuario: scaricavo la frutta alle 6.00 di mattina al mercato
ortofrutticolo della mia città e continuavo la mia attività presso
un negozio.
Adesso, se penso al mio attuale lavoro per il quale sono stato
sempre portato, ovvero il sistemista programmatore, sorrido di tutto
ciò. Guadagno in una giornata ciò che ottenevo in un mese di quella
vita al mercato. Ma non la rinnego. Il mio passato e la fatica
provata quelle mattine mi avevano regalato la saggezza di rispettare
il denaro, avendo ben presente quanto costa ottenerlo.
Insomma, come tutti i primi lavori, e prima di cominciare a mettere
da parte il proprio futuro, mi aspettava sicuramente qualcosa che
ancora non avevo mai provato: l’emozione di un viaggio all’estero.
Quello per me significava molto e sebbene lo considerassi un po' uno
sperpero di denaro, stavolta niente mi avrebbe distolto dal farlo.
Poi mi sarei rimboccato le maniche da capo.
Del resto tutto sembrava per una volta agevolarmi nel mio intento.
La fatalità più importante riguardava mia cugina. Si era trasferita
in Germania da oltre due anni e per il momento non si trovava male.
E se la raggiungessi là? La Germania non mi ha mai ispirato più di
tanto, ma per la prima volta all’estero (e per giunta da solo) non
volevo esagerare, visto che c’era questa opportunità. E poi mi
avrebbe ospitato nella casa nella quale si era sistemata assieme ad
una studentessa del posto. Ciò mi avrebbe consentito anche di
prolungare oltre i giorni e il budget del mio viaggio.
Partii una sera col treno. Avevo una cuccetta molto angusta, e il
caldo estivo si faceva sentire oltre quello emanato dagli altri
cinque passeggeri che già si erano coricati. Non potevo resistere a
quella calura e decisi di rimanere nel corridoio un poco, mentre il
treno cominciava già a muoversi.
Del resto non sarei mai riuscito ad addormentarmi subito, e non era
a causa del caldo.
Avevo in testa mille pensieri e tutto stava filando liscio, anche se
tutto ciò in cui mi ero avventurato non era altro che una cuccetta
ammassata di corpi in un treno pieno di turisti stranieri.

Cominciavo già ad assaporare un emozione per me sconosciuta, ed era
meravigliosa. Forse lo era anche di più, poiché desiderata da molto
tempo.
Il treno sfilava veloce nella notte e non si intravedeva niente ad
eccezione delle sfreccianti luci arancioni delle località che
attraversavo.
Alla fine, avvertendo una certa stanchezza, mi avventurai nella
cuccetta “a microonde” che mi aspettava come ultimo giaciglio
disponibile. Ma per quello che stavo provando era una reggia pure
quella! Forse anche per questa ragione riuscii incredibilmente a
prendere sonno quasi immediatamente.
La mattina successiva mi svegliai con un fischio del treno. Aprii
gli occhi, ma tutto quello che riuscivo a intravedere erano delle
sottili lame di luce che si insinuavano ai margini del pesante
coltrone del finestrino. Una cosa era certa: il sole era già alto.
Ero ancora in viaggio chissà dove e saltai giù dalla cuccetta per
sincerarmene. Gli altri dormivano sempre, così come li avevo
trovati. Appena fatta scorrere la porta del mio scomparto mi investì
la luce accecante del mattino. Un lamento di protesta proveniente
dalla cuccetta mi indusse a richiudere velocemente la porta.
Com’era diverso il paesaggio! Si intuiva subito che avevo passato il
confine. Le convenzionali case italiane avevano lasciato il posto ad
altre, altrettanto robuste ma col tetto molto più acuto e scuro.
Probabilmente a causa della neve. Tutto era nuovo e inesplorato.
Sarei saltato giù dal treno in corsa!
Mi sono dilungato molto sul mio stato d’animo per far capire quanto
fossi lontano da preoccupazioni, depressioni o altro. Ero
semplicemente nel bel mezzo del mio primo viaggio ed ero affamato di
vedere e scoprire tutto ciò che mi stava scorrendo sotto gli occhi.
I giorni preventivati erano sette, ma contavo di accattivarmi mia
cugina per arrivare almeno a dieci.
Mi accolse molto calorosamente e fu la mia prima guida, visto che
non conoscendo una parola di tedesco tutto mi era infinitamente
difficile, pure chiedere un caffé. Tutto ciò che riuscivo a
masticare era un po' di inglese. Mi portò a casa, dove si era
sistemata. Era una villetta bianca di due piani in un tranquillo
quartiere satellite della città. Praticamente era campagna a venti
minuti di autobus dal centro.
Data la particolare posizione della casa, ambedue i piani
risultavano al pianterreno.
Infatti, dalla strada era direttamente accessibile uno dei due
piani. Lateralmente a questo, due piccole discese correvano sul
fianco della casa per poter scendere sul retro dove stava il piano
più basso. In pratica la casa era addossata a una specie di argine
sopra il quale correva la strada.
Quella che doveva essere la facciata del piano inferiore era
chiaramente interrato e privo di finestre. Si accedeva quindi solo
da un fianco della casa e dal retro, dove si trovava anche un
piccolo giardino dove era possibile mangiare quando il tempo lo
permetteva.
Mia cugina occupava con la studentessa il piano inferiore. La parte
superiore, che dava direttamente sulla strada, era occupata dalla
padrona della villetta dalla quale avevano ottenuto il subaffitto.
L’entrata principale del piano inferiore risultava quindi quello
laterale alla casa, dopo aver imboccato la piccola discesa ghiaiosa,
e assicurato da un pesante portone in legno massiccio e scuro,
rinforzato da lastre di metallo come d’uso in Germania.
Entrando, un piccolo corridoio a 90 gradi presentava a sinistra la
cucina, a destra una camera, dove mi sarei sistemato io assieme a
mia cugina, e terminava frontalmente con la camera occupata dalla
studentessa. Il bagno era raggiungibile svoltando a sinistra del
corridoio dopo aver percorso un breve tratto.
La regola era solo una: avevo campo libero tutto il giorno, fuori o
in casa, poiché mia cugina lavorava tutto il giorno presso una
tipografia di una vicina località. L’altra ragazza, la studentessa,
aveva anche lei l’università in una località diversa e non le
sarebbe convenuto tornare a casa per il pranzo. In pratica le vedevo
ambedue per la cena. Il minimo che potessi fare, visto l’ospitalità
che mi stavano concedendo e visto che come cuoco non me la cavo
affatto male, era di far trovare loro qualcosa di già pronto per
mangiare. Quindi ebbi un mazzo di chiavi per poter rientrare a mio
piacimento per il pranzo o quando ne avessi avuta la necessità.
I primi tre giorni furono fantastici. Non utilizzavo mai la casa se
non la sera quando tutti e tre rientravamo. Ero troppo preso dal
visitare la città e mangiavo sempre fuori.
La studentessa era la
tipica ragazza tedesca, molto carina, affabile e rigorosamente
slavata. Parlava la sua lingua madre e l’inglese, che da parte mia
rimaneva l’unico modo per poter comunicare con lei.
I prodotti che trovavo in casa per poter cucinare erano in parte
italiani e in parte tedeschi. Onde evitare magre figure optavo
sostanzialmente per la cucina italiana. Ma un tentativo di mangiare
come si usava da quelle parti dovevo pur farlo, e chiaramente con
gli ingredienti del posto. Decisi di provare a inventarmi qualcosa e
di farlo sulla mia pelle il giorno successivo restando in casa per
il pranzo.
Fu allora che successe la prima, chiara manifestazione di qualcosa
che disturbava la casa.
Ero appena rientrato dal vicino supermercato col mio carico di
formaggi tipici, salse e
quant’altro rappresentasse la novità per me. Entrai con una certa
difficoltà avendo le mani impegnate con le borse della spesa e la
pesante porta di ingresso che riuscii a chiudere alle mie spalle con
un piede.
In casa regnava la tranquillità più assoluta. Del resto la strada
era una delle più tranquille del già tranquillo quartiere.
Le camere erano immerse nell’oscurità, sebbene fosse giorno, così
come il resto del corridoio che terminava a destra nell’ala
seminterrata della casa. La cucina faceva invece eccezione,
illuminata da una graziosa e ampia finestra in stile americano.
Posai tutto quanto sul tavolo e cominciai a districarmi con le varie
etichette assolutamente incomprensibili dei prodotti acquistati.
Infatti, decisi di mollare la lettura di lì a poco.
Andai in bagno a lavarmi le mani e tornando cominciai a tagliare
delle verdure.
Nel mentre ero preso da questa operazione sentii il portone di
ingresso cigolare lentamente. Strano. Se fosse arrivato qualcuno
avrei dovuto sentirlo o magari scorgerlo dalla discesa che corre
proprio davanti alla finestra della cucina. Ma queste sono
considerazioni che feci solo in un secondo momento. Sull’istante non
trovai nulla di strano se non che forse mi ero sbagliato nel sentire
il rumore della porta come se si stesse aprendo. Mi soffermai per
ascoltare meglio e proprio mentre stavo considerando di aver sentito
qualcos’altro ecco che la porta, piuttosto energicamente, veniva
chiusa con un pesante tonfo. Sentii piccoli passi avvicinarsi nel
corridoio, e sinceramente non ero affatto turbato. Il mio dubbio
iniziale si era chiaramente dissolto con l’ingresso di qualcuno che
doveva essere mia cugina o la studentessa.
Doveva essere successo certo qualcosa, visto che nessuna delle due
era prevista lungo la giornata.
Non mi voltai, avendo ripreso di buona lena la mia occupazione e
quando i passi attraversarono il corridoio all’altezza della cucina
sentii una voce femminile alle mie spalle pronunciare “Hi” in
inglese. Risposi al saluto sempre in inglese.
Quindi doveva essere la studentessa, poiché mia cugina mi avrebbe
salutato in italiano. Sentii i passi spengersi in una delle camere.
Aspettavo di veder comparire la ragazza da un momento all’altro per
sapere anche come mai era rincasata così presto, ma non successe
niente.
Dopo qualche minuto mi resi conto che non era il massimo del garbo
rimanere a preparare in una cucina non mia e per giunta avendo
salutato appena chi mi stava offrendo l’alloggio.
Così, con la scusa di sapere se fosse rimasta per il pranzo, bussai
alla sua camera.
Non ci fu risposta. Andai in camera di mia cugina ma era vuota pure
quella.
Anche il bagno era socchiuso e non vi era chiaramente nessuno. Il
giardino era deserto.
Rimaneva solo quella camera chiusa e la ragazza non poteva trovarsi
che all’interno.
Ero troppo incuriosito e mi sarei azzardato anche ad entrare per
scoprire il mistero.
Ma che figura avrei fatto se fosse stata lì?
Decisi di bussare nuovamente e di fingere di aver sentito una
risposta per poter aprire lentamente la porta scusandomi in inglese
per l’irruzione. Ma mi sentii stupido, perché facendolo mi accorsi
di essere completamente solo in quella casa.
Chi era entrato quindi? A chi appartenevano quei passi? Chi mi aveva
salutato in inglese passando proprio dietro alle mie spalle?
Non pensai a niente di misterioso, ma semplicemente cercai di
spiegarmi l’accaduto con le cose più probabili. Ovvero che magari
era entrata la padrona di casa e non aspettandosi di trovarmi lì mi
aveva salutato ed era uscita immediatamente. Ma una signora non si
rivolge così amichevolmente con un giovane a lei sconosciuto. E poi
c’era la questione della porta, che avevo sentito aprirsi e
chiudersi una sola volta. Scartai l’ipotesi.
Forse era stata realmente la studentessa che, dimenticatasi di
qualche oggetto, era rincasata velocemente salutandomi al volo per
poi uscire in tutta furia.
Ma c’era ancora la questione della porta che non voleva tornare per
niente.
L’unica spiegazione era che la ragazza, invece di uscire nuovamente
dal portone di ingresso che era la via più breve e logica, non fosse
uscita nel giardino dalla porta a vetri della sua camera per fare il
giro della casa e guadagnare così l’uscita. Possibile, ma molto
illogico.
Decisi di rimandare la soluzione alla sera quando sarebbero
rincasate ambedue e avrei
esposto loro il fatto.
Ma purtroppo il mistero rimase tale, poiché nessuna era rientrata
nel pomeriggio né tanto meno poteva essere stata la padrona di casa,
in quanto non possedeva le chiavi del piano inferiore.
Insomma, fu una cosa rimasta insoluta ma la dimenticai presto poiché
mi stavo godendo una meritata vacanza.
Il giorno successivo fu un caldo pazzesco. Già a metà della
mattinata si era reso insopportabile, tanto che mi ritrovai presto
fradicio di sudore.
Poiché non mi ero allontanato più di tanto, forse la cosa migliore
sarebbe stata quella di rincasare e farsi una bella doccia, e così
feci.
Rientrai nuovamente in quella casa dalla tranquillità apparente e
cominciai a spogliarmi in camera mia. Presi il cambio dalla valigia
e mi diressi verso il bagno.
Non so come mai, ma non mi é mai piaciuto fare la doccia sapendo di
essere solo in casa.
Forse perché il rumore dell’acqua copre tutto quanto e ci rende
vulnerabili da ciò che può accadere all’esterno. Non saprei
spiegarlo ma mi da sempre un senso di disagio. Ma dovevo chiaramente
farla. Mi asciugai e mi rivestii. Che bella sensazione sentirsi
puliti in una giornata come quella.
Presi del gel e lo passai tra i capelli, aggiustando il tiro tra
pettine e specchio.
Poi, in tutta tranquillità aprii con decisione la porta del bagno
per tornare nella camera ma mi fermai impietrito sulla porta, perché
fu allora che la vidi.
Si
trattava di una ragazza, ferma come me sulla soglia di camera mia.
Ci divideva solo il corridoio.
La ricordo come se l’avessi ancora davanti ai miei occhi. Era molto
giovane, poteva avere qualcosa come 25 anni. Aveva un volto molto
scarno ed ovale, bianchissimo, incorniciato in lunghi e lisci
capelli biondi. Gli occhi forse erano azzurri, la distanza non mi
permetteva di raggiungere simili particolari, ma ero certo che
fossero chiari, di fattura nordica.
Aveva una sorta di camicia da notte bianca, ricamata all’altezza del
collo, molto eterea. Poteva essere seta ma l’insieme della figura
ostentava una certa precarietà di agiatezza.
Scesi a osservarle le braccia e notai una cosa molto bizzarra.
Teneva nella sua mano destra una bottiglia verde, afferrata per il
collo.
Il resto della figura terminava all’altezza delle ginocchia
dalle quali si dissolveva sempre più indistintamente verso il basso.
Quello che non mi dimenticherò mai fu la sensazione che mi trasmise.
Una rabbia feroce, incontenibile che mi lasciò disorientato. Non
potevo capire se era rivolta verso qualcosa o qualcuno, ma era netta
e tangibile.
Solo dopo questo evento mi interessai di paranormale e scoprii solo
in seguito che una delle maniere, peraltro a me sconosciuta, che
hanno i fantasmi per comunicare sono appunto trasferire
sull’osservatore i propri stati d’animo.
Credo che l’apparizione durò qualcosa come una ventina di secondi,
durante i quali mi ritrovai come impossibilitato a muovermi e a
distogliere lo sguardo da cosa mi si stava manifestando dinanzi. Poi
prese a dissolversi lentamente, lasciandomi in breve nella
tranquillità e nella semioscurità di quella casa.
Fu allora che tornai di colpo alle mie sensazioni, e non mi vergogno
ad ammettere che fui pervaso da uno stato di angoscioso terrore che
mi condusse in breve a guadagnare l’uscita dalla casa.
Trascorsi l’intero pomeriggio fuori, cercando una spiegazione logica
a ciò che era successo.
Ma come era possibile negare l’evidenza? Ci provai comunque, sapendo
di perdere in partenza.
Forse un riflesso? Ma considerereste voi un riflesso la persona con
la quale parlate normalmente ad una certa distanza? E’ troppo
tangibile per poterlo essere, no?
Anche se la parte inferiore della figura fantasmagorica terminava in
maniera evanescente, quella superiore era nettamente reale. E poi le
condizioni di luce e di posizioni non permettevano alcun riflesso.
Non uso sostanze di alcun tipo e non le trovo lontanamente
interessanti nemmeno in viaggio o tanto meno alle feste. Non
prendevo nemmeno medicinali di sorta, quindi era totalmente da
scartare anche qualsiasi azione allucinogena.
Ma allora cosa dovevo pensare? Avrei dovuto e voluto parlarne con
qualcuno, ma con chi?
L’unica era mia cugina, ma non potevo farlo. Non potevo parlarle di
una cosa del genere quando io avrei fatto la valigia entro pochi
giorni, mentre lei avrebbe dovuto continuare a vivere in quella
casa.
Verso l’ora di cena rincasai. Trovai già le due ragazze intente a
preparare la cena.
Non accennai assolutamente all’accaduto e provai anzi a farmi
passare una certa inquietudine che mi aveva accompagnato entrando in
casa.
Trascorremmo una serata tranquilla e andammo a letto presto. Quello
era il momento in cui con mia cugina solitamente ci trovavamo per
parlare tra di noi degli argomenti più disparati.
Una volta passammo quasi un intera notte a parlare, lo ricordiamo
ancora divertiti.
La mia curiosità cresceva di momento in momento. E se anche lei
avesse avuto esperienze simili alla mia? Magari poteva essere
successo, e se ne guardava bene dal mettermene al corrente per gli
stessi motivi per i quali anche io evitavo di parlargliene.
Provai ad accennarle qualcosa in maniera che avrebbe capito a cosa
mi stessi riferendo solo nel caso che anche lei avesse avuto un
esperienza simile alla mia.
Le chiesi come si trovava in Germania, se si trovava bene in quella
casa. Se era tranquilla, accogliente e quant’altro. Ma lei scambiò
il mio tentativo di sapere qualcosa in un eccesso di premura nei
suoi confronti.
Era evidente quindi che non aveva notato niente di strano. Anzi, era
talmente tranquilla che dopo poco si addormentò lasciandomi al
silenzio della notte e alla mia insonnia.
Tendevo l’orecchio ad ogni minimo rumore. In quelle condizioni,
difficilmente avrei preso sonno.
Ogni folata di vento od ogni
richiamo di animali notturni era sufficiente a catturare la mia
attenzione. Mi portai le coperte fin quasi sopra la testa e cercai
di tranquillizzarmi il più possibile per cercare di prendere sonno.
Il mio timore più grande era quello di aprire gli occhi e trovarmi
nuovamente nel chiarore della luna quella sagoma evanescente di
fronte a me.
Ma la notte trascorse tranquilla e ad un certo punto trovai anch’io
la maniera di dormire.
Mi svegliai al mattino completamente solo. Mia cugina era già al
lavoro ed anche la studentessa era già uscita di casa. Però non mi
preoccupai minimamente. Forse la luce del mattino aveva dissipato i
miei timori come la notte appena trascorsa.
In ogni caso non volevo assolutamente rimanere più del dovuto.
Volevo semplicemente finire la mia vacanza senza troppe idee. Così
feci colazione e cominciai a prepararmi per uscire.
Tornai in camera e rifeci il letto. Poi appoggiai la valigia sul
letto e scelsi una camicia nuova da mettermi. Mentre mi abbottonavo
feci per uscire dalla camera diretto in bagno per lavarmi i denti. E
la cosa si ripresentò.
In fondo al corridoio, proprio sulla porta del bagno, stava ancora
quella ragazza, nella stessa posizione e con la stessa bottiglia
tenuta per il collo. Stessa situazione, ma condizioni di luce
completamente ribaltate. Adesso ero io ad essere più in luce di lei.
Ogni mia possibile spiegazione del fenomeno che riguardasse riflessi
o condizioni di luce particolari non erano più plausibili. Davanti a
me ci stava qualcosa e tentava di comunicare con me.
E ci riusciva. Provai nuovamente la stessa rabbia furiosa contro
qualcosa o qualcuno che avevo provato anche il giorno precedente.
Non era un mio sentimento, ma proveniva da quella misteriosa entità.
Questa volta il fenomeno fu più breve, ma sufficiente a farmi
prendere la decisione di finire la mia vacanza immediatamente.
Non potevo escludere infatti, che quell’apparizione potesse avercela
proprio con me.Perché le ragazze non avevano mai avuto nessun
contatto di alcun tipo mentre io ero riuscito a scorgerla per ben
due volte nell’arco di pochi giorni? Anzi, tre, considerando i passi
uditi alle mie spalle la prima volta che rimasi solo in casa. Perché
quella sensazione di odio profondo e di vendetta? Era evidente che
la mia presenza poteva essere catalizzante per scatenare
l’apparizione dell’entità. Forse era con me che poteva avercela
perché ero un uomo. Ho cercato di giustificare in qualsiasi maniera
quella sensazione di vendetta.
Ho persino pensato che, essendo in Germania ed essendo la ragazza
particolarmente pallida e scarna, potesse essere una vittima di
qualche campo di concentramento.
Forse la casa poteva essere stata costruita su una fossa comune
dimenticata dal tempo e dalla storia. Molte fosse comuni infatti non
sono mai state ritrovate, e non esiste un censimento completo di
dove si possano trovare.
Anzi, i nazisti, cercando di nascondere le
prove dei loro massacri, hanno sempre cercato di nascondere il più
possibile le fosse comuni, magari costruendoci sopra delle case o
dei parcheggi.
In ogni caso io preparai i bagagli quella sera stessa e comunicai la
mia decisione a mia cugina, dicendole a mo di scusa che volevo
risparmiare qualche giorno per fermarmi a Milano sulla via del
ritorno.
Così lasciai per sempre quella casa e ciò che di inquieto vi
abitava. Non credo che mia cugina abbia mai saputo la vera ragione
per la quale anticipai la mia partenza.
So solo che da quel momento il mio interesse verso i fantasmi e il
paranormale non mi ha mai abbandonato, anche se ha avuto alti e
bassi.
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