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Castelluccio Bifolchi

 
 

Questa è la storia della contessa Giulia Maria di Montefiore, che visse a Castelluccio Bifolchi verso la metà del 1500. 
Sicuramente non ebbe una vita facile, anzi, sembra proprio che la serie innumerevole di sventure e brutti incontri in cui incorse giustifichi appieno il fatto che la sua presenza rimanga tuttora forte e manifesta, quasi che una vita sola per lei non sia stata sufficiente a smaltire il suo carico di sfortuna.
Orfana di entrambi i genitori, più per salvaguardare il patrimonio di famiglia che per fornirle un adeguato sostegno, Giulia Maria fu spinta a due matrimoni consecutivi, purtroppo entrambi dall'esito disastroso: Vannetto de ' Tolomei mori' a meno di un anno dal matrimonio in un incidente di caccia, Ermelindo Grossi di San Casciano, invece, si rivelò subito succube della madre e incapace di imporsi davanti al carattere forte della giovane sposa, per cui i due convennero di lasciarsi.
Giulia Maria rimase sola, cercando anzi una condizione di forzato isolamento, avesse accettato il destino di mestizia che sembrava tracciato per lei. Ma dopo qualche tempo costumi della contessa cambiarono, lasciando perplessi i paesani e sbigottiti i parenti: Giulia Maria iniziò a frequentare il duca Ranieri dei Pannocchieschi, uomo astuto e di buona famiglia. 
Ma non fu tutto: a breve si iniziò a notare che Ranieri non frequentava più il castello, mentre assidua iniziava ad essere la presenza di Cesare di Sanseverino, più giovane di Giulia e, a sua insaputa, amico di Ranieri. 
Il Pannocchieschi, dopo aver perso i favori della contessa, cominciò a sparlarne. La contessa cercò l'appoggio di Cesare per dare una lezione a Ranieri ma questi, dopo un iniziale fervore, prese a farsi vedere sempre meno al castello, fino a sparire del tutto, per poi, infine, addirittura iniziare a complottare con l'amico! 
Girando per i sotterranei del castello e rimirando le tante ossa abbandonate lì, testimonianza di battaglie vinte e perse, briganti sorpresi e tranelli andati a segno, il furore e la voglia di vendetta di Giulia Maria crebbe a dismisura. Iniziò a cercare l'occasione propizia per farla pagare ai due ingrati giovani. 
Il fato volle che, dopo qualche tempo, un gruppo di armati francesi capitanati da don Jacopo del Taja chiese ospitalità al castello. Bastò un'occhiata e i due giovani si piacquero e invaghirono l'un dell'altra. 
Giulia Maria astutamente mosse a compassione Jacopo, raccontandogli delle onte subite e del continuo chiacchiericcio che avveniva ad opera di Cesare e Ranieri. 
L'occasione di farla loro pagare venne durante la ricorrenza del "Mezzo Maggio" per la quale si organizzavano grandi festeggiamenti, balli e un pantagruelico banchetto.
Furono centinaia gli inviti, tra i quali non mancarono quelli ai due amici ingrati. Essi dapprima furono riluttanti, ma poi pensarono che il tutto era facilmente spiegabile considerando il carattere bizzarro e volubile della contessa. 
Grazie all'aiuto di Jacopo, la vendetta di Giulia Maria fu portata a termine avvelenando Ranieri durante il banchetto e pugnalando Cesare in una imboscata.
La contessa e il militare poterono così iniziare a vivere insieme, godendosi un po' di serenità ma non passò molto che le voci e i sospetti iniziarono a girare di bocca in bocca e la improvvisa fuga di Jacopo, impaurito e vigliacco, non servì certo a calmarle. Giulia Maria fu arrestata e, nel cortile del suo stesso castello, condannata a morte mediante decapitazione.
La triste vita di Giulia Maria finisce così, ma non il suo astio e dolore, ancora percepibili, girando per i sotterranei del castello, dove l'aria e' pesante e ci si sente osservati da occhi malvagi e indagatori: ogni 15 maggio la pietra dove cadde la sua testa torna ad arrossarsi e così pure la volta della cantina sottostante, la fiamma delle candele si affievolisce e talvolta si ode un  ridere sprezzante e nervoso, quasi un ammonimento ai suoi carnefici e a coloro che la indussero con le loro calunnie a diventare vendicativa e crudele.

 

Ha collaborato:

Diana
 
 

 
 
 

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